G.H. Martel

Da non confondere con il celebre brand dei cognac (Martell – scritto appunto con due elle), la maison Martel è situata in zona abbastanza centrale, non troppo distante dall’imponente cattedrale gotica di Reims. L’atmosfera appare meno “industriale” sin da subito rispetto alle due precedenti maison visitate, l’entrata della cantina sembra quasi un piccolo cortile di casa, col giardino ben curato e le finestre illuminate da una luce intima e accogliente che ti invita ad entrare senza patemi.

Quando si scende in cantina sembra di varcare la soglia di in una catacomba romana viste le iniziali strettoie da affrontare facendo attenzione a non lasciare le corna incastrare al basso soffitto. La cantina si fa certamente notare per un numero ragguardevole di cimeli disseminati lungo il percorso della visita, dai vecchi torchi a vetuste tappatrici di bottiglie passando per le più classiche pupitres.

La guida ci dice che nonostante i grandi numeri, 9 milioni di bottiglie circa immesse sul mercato ogni anno, il cuore dell’azienda è ancora a conduzione “casalinga” grazie alla famiglia Rapeneau (alla quarta generazione nel mondo enologico) che nel 1979 ha rilevato l’azienda dalla famiglia Tabourin, fondatrice e proprietaria del marchio G.H. Martel nei primi decenni del ‘900.

Arrivati alle ultime degustazioni della giornata nel cuore dello Champagne, la maison propone un Brut Premier Cru da uve 70% Chardonnay 30% Pinot Noir : rispetto ai brut precedentemente bevuti questo appare particolarmente minerale, con la crosta di pane e la nocciola che la fanno da padrone. Martel Premier Cru Brut

Al comparire poi di una fuggevole e ribelle nota sapida il flirt con questo champagne comincia ad essere convincente; sarà probabilmente il saturo palato dovuto alla lunga giornata beverina o un effettivo allenamento dei miei recettori gustativi ormai ottimamente settati per affrontare gli Champagne con consapevolezza, sta di fatto che in questo Champagne Martel qualcosa di non omologato rispetto agli altri si percepisce…


Come ribadito all’inizio del lungo articolo diviso in tre parti, i paragoni che si sprecano tra Prosecco e Champagne sono gli stessi indecifrabili parallelismi che si fanno quando vogliamo capire se Maradona era più forte di Pelé.  

Non per semplificare eccessivamente, ma a mio parere il vero denominator comune tra Prosecco e Champagne è stato in tempi non sospetti, agli albori, la visione di alcuni grandi produttori di poter andare in giro per il mondo a far conoscere e vendere i propri ottimi prodotti agendo così da pionieri su un mercato ancora tutto da scoprire. La recente globalizzazione ha finito per completare il buco della ciambella.  

Continuerà…


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.