Di certo lassù qualcuno ci ama. Per aver permesso a noi umili e comuni mortali di abbeverarci con gaudio del nettare di Emidio Pepe, non può che essere così. Di getto, questo è il primo pensiero che ho partorito dopo essermi imbattuto nei vini del Pepe.

La degustazione alla quale ho partecipato vuole passare in rassegna gli ottimi vini prodotti a Torano Nuovo – località collinare in provincia di Teramo – situata giusto al confine tra Abruzzo e Marche: qui la nostra beneamata penisola ci regala un microclima unico, un terroir ineguagliabile, ameni paesaggi che si stagliano a dodici chilometri dal Mare Adriatico e vengono custoditi gelosamente dal massiccio del Gran Sasso, situato ad una ventina di chilometri in linea d’aria.

A De’Gusto nell’ala est della cinquecentesca Villa Maser, ennesima espressione di palladiana genialità, Sofia Pepe (figlia dell’ottantenne Emidio) e Sandro Sangiorgi (insigne conoscitore della materia enologica) trasmettono agli astanti, attraverso impetuosa empatia, quello che si disvela dietro (e dentro) una bottiglia di Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo prodotti dalla cantina Pepe.

Le verticali di Trebbiano annate 2013 / 2012 / 2010 (oltre ad un 2011 “fuori concorso”) e di Montpulciano annate 2012 / 2007 / 2001, hanno tutte in comune degli intrinsechi valori che questi vini non difettano a comunicarci: si dimostrano infatti sinceri, vispi, vividi. La bottiglia è il luogo dove, a fronte della corretta maturazione, il vino costruisce la sua dimora, dove trova la sua beatitudine – quasi a volerci ricordare il rassicurante “nido” di pascoliana memoria – e noi saremo accolti quali ospiti graditi quando all’apertura della “casa” assaporeremo curiosi le delizie offerteci.

L’azienda Emidio Pepe consta di una quindicina di ettari vitati tutti coltivati a regime di agricoltura biologica e biodinamica. Non vengono assolutamente usati fertilizzanti chimici nel terreno, né fitofarmaci per il trattamento dei vigneti: le uniche sostanze ammesse sono lo zolfo e l’acqua di rame. Sofia Pepe giura che lombrichi, farfalle e (addirittura) lucciole, animano festosi i declivi sui quali si adagiano placide le piante di Trebbiano e Montepulciano (oltre ad una piccola parte di Pecorino), di età variabile compresa fra i 25 e i 50 anni. “Il terreno custodito con pazienza e buon senso è eterno, quello bombardato invece da fertilizzanti chimici può aver paradossalmente smarrito la sua ricchezza e la sua identità”, stigmatizza Sangiorgi.

L’uva della cantina Pepe viene rigorosamente pigiata con i piedi e quella a bacca rossa viene addirittura diraspata a mano così da eliminare nel vino la tannicità verde insita nei raspi. Per far scoccare la fermentazione, che avviene in vasche di cemento vetrificate, nel mosto non viene usato alcun lievito selezionato ma solo lieviti indigeni localizzabili nella buccia delle uve e nell’habitat locale: “il lavoro di squadra dei lieviti indigeni si riverbera poi nella complessità gusto-olfattiva ritrovabile come d’incanto nel vino” spiega appassionata Sofia Pepe; inoltre, nessun vino prodotto in questa cantina nemmeno si sogna di fare “un bagno” in qualsivoglia tipo di legno, sia esso botte, barrique o tonneaux; infatti dopo un paio di anni di cemento il nettare va a godersela direttamente in bottiglia.

In questa occasione devo confessare che le “bionde”, ovvero i Trebbiani, mi hanno colpito di più delle “more”, i Montepulciani. Oddio, il Montepulciano 2001 è un vino pronto, di corpo, con un tannino splendido e portatore di una elegante acidità e un affettuoso calore… Seguito a ruota dal 2012, che quasi quasi appariva più spavaldo ed estroverso del 2007, vino che si diverte a giocare a nascondino.

Ma come dicevo, i “biondi” Trebbiani mi hanno decisamente spiazzato positivamente per la loro bella e carnosa bevibilità, la “masticabile” sapidità e la fresca acidità. In particolare ho apprezzato l’annata 2010, dove al naso spiccano note di confettura di albicocca (e anche pesca) e addirittura in bocca persiste una certa dose di anidride carbonica dovuta al fatto – secondo la spiegazione di Sofia Pepe – che alcuni loro bianchi di particolari annate svolgono la malolattica direttamente in bottiglia, così che il vino possa mantenersi bevibile per svariati anni (anche 40 o 50). In ogni caso, sia i rossi che i bianchi mi sorprendono certamente per la persistente “olimpionica” lunghezza che lasciano in bocca.

“Manteniamoci giovani!” è il saluto di commiato che Emidio Pepe soleva augurare ai suoi clienti, inconsapevole forse che il prodigioso siero della giovinezza è probabilmente contenuto proprio nei suoi pregevoli vini.


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