Ormai ci sentiamo ripetere ogni santo giorno, come un sacro mantra, che il patrimonio ampelografico italiano è unico al mondo sia per la quantità di vitigni autoctoni presenti da nord a sud, isole comprese, che per la storia secolare intrisa in questi “arbusti”. Si, siamo i più fighi e dobbiamo farcene una ragione: possiamo finalmente evitare di dover correre sempre appresso ai maestri francesi o star lì a guardare ai “marinettiani” vini cosiddetti del “nuovo mondo” ammiccandone le (fin troppo spavalde) caratteristiche.

Abbiamo il maggior numero di siti nazionali iscritti al patrimonio dell’Unesco (51 in totale), si stima che il 30% della ricchezza artistica mondiale sia rintracciabile nei nostri concentrati 301mila chilometri quadrati e, zitti zitti, negli ultimi decenni abbiamo scoperto pure che, grazie ai vitigni storici, nessuno al mondo è degno di venirci ad allacciare le scarpe. È l’insostenibile imponenza della nostra cultura, bellezza mia!

Tutto questo pedante preambolo per dire che qualche giorno fa mi sono imbattuto, nell’ambito della fiera Cucinare a Pordenone, nella “lezione-degustazione” di ben tre vini del Friuli Venezia Giulia, provenienti da altrettanti vitigni autoctoni: Piculit neri, Refosco dal peduncolo rosso e Terrano del Carso, abbinati, in maniera non proprio azzeccata riferendoci al palato, a tre piatti della tradizione locale veneta e friulana. Il tutto magistralmente orchestrato da Giampiero Rorato, profondo conoscitore delle tradizioni enogastronomiche locali e da Mario Da Ros, esperto sommelier Fisar.

Il primo vino in mescita è un Piculit Neri Igt 2013 dell’Azienda Emilio Bulfon, situata a Valeriano (Pn) tra Spilimbergo e San Daniele del Friuli, a pochi passi dal fiume Tagliamento. Il vino prende il nome dal vitigno a bacca rossa Piculit Neri che non ha nulla a che spartire con il più apostolico Picolit a bacca bianca del Collio e dei Colli Orientali del Friuli. Riscoperto da Emilio Bulfon negli anni ’70, il Piculit è un vino rosso, ricco di tannini che si presta all’invecchiamento in bottiglia. Affinato in botti da 25 ettolitri si presenta con un colore rosso rubino non particolarmente carico, al naso si percepiscono frutti rossi acerbi che vengono confermati anche in bocca; si caratterizza per una bella acidità, un tannino morbido e una dissetante sapidità. Molto equilibrato, forse anche troppo. Il piatto presentato in abbinamento a questo vino è il “toc’ in braide” di carniche origini: una succulenta polentina farcita con funghi finferli e ricotta affumicata, molto delicata; quando scoccava l’ora della pausa lavorativa, si narra che questa pietanza era la tipica merenda di metà mattina dei veraci contadini della Carnia. Probabilmente il piatto più adatto ad abbinarsi al Piculit Neri è a base di carne, ma questo tipo di tradizionale polenta è comunque una piacevole scoperta per il mio palato.

Il secondo vino è un Refosco dal peduncolo rosso doc 2012, dall’Azienda Zorzettig situata a Spessa di Cividale nei Colli Orientali del Friuli. Vitigno a bacca rossa, è con il Tocai friulano il più conosciuto degli autoctoni del Friuli: si mormora addirittura che il Refosco abbia una parentela più o meno dichiarata con il celebre vitigno Nebbiolo del Piemonte. Il vino si presenta rosso rubino abbastanza carico, al naso si percepisce l’amarena, la speziatura, e il legno della barrique (sosta 12 mesi prima di passare in bottiglia); in bocca si ripresenta l’amarena percepita al naso, ha un tannino morbido, un’acidità ben presente e colpisce per la lunghezza che conserva in bocca. Probabilmente è più complesso all’olfatto che al gusto. Il piatto che giunge puntuale con questo nettare è la “sopa coada”, zuppa tradizionale veneta originaria di Motta di Livenza, e risalente già dal 1.500 come dimostra un’antica ricetta presente nell’opera “Banchetti composizione di vivande e apparecchio generale” di Cristoforo da Messisbugo, cuoco degli Estensi a Ferrara.

Il terzo vino è un Terrano doc 2013 dell’Azienda Lupinc, situata in pieno Carso triestino in frazione di Prepotto a pochi chilometri da Aurisina (Ts). Il Terrano di questa zona rappresenta perfettamente il paesaggio nel quale cresce: ruvido, ventoso, ricorda la steppa. Infatti il vino ha bisogno di una sosta di almeno 20 mesi in legno per ammorbidirsi ed “ingentilirsi” nella beva. Di colore rosso rubino bello carico e poco trasparente al naso è inizialmente diffidente, rispecchiando così totalmente le caratteristiche antropologiche degli abitanti della zona; però quando finalmente si dischiude, si possono annusare ottimi profumi di mora e di vinacce. In bocca è bello diretto e spontaneo, senza fronzoli; si percepisce un sentore di mora, il tannino è smussato, l’acidità è spiccata e il calore sprigionato è corroborante. Una curiosità ci dice che il Terrano viene coltivato anche nella zona romagnola di Forlì, Cesena e Ravenna per la produzione di un vino dal nome alquanto buffo, il Cagnina. Il piatto servito è il celebre “radici e fasioi” di antica tradizione contadina, divenuto un immarcescibile caposaldo nella cucina veneta.

Per concludere, tra me e la mia ombra, pensavo che dalle scuole medie in su (o scuole secondarie di primo grado come si fan chiamare oggi) si potrebbe istituire stabilmente l’insegnamento della materia “storia della cultura eno-gastronomica nazionale”, al pari della storia dell’arte. Queste discipline sono da annoverare tra i tesori che rendono la cultura italiana unica ed inimitabile, e per questo vanno conosciuti e difesi, a dispetto dell’omologante globalizzazione mondiale.


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